martedì 29 maggio 2012

da Il giornale.it

Quando uccidere è una bella festa

Esce "Strane storie", antologia dello scrittore milanese che spazia dal noir alla fantascienza

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«Allora, ormai dovremmo esserci, quanto manca alla mezzanotte?» dice Davide.
«Aspetta che guardo... neppure un quarto d’ora» dice Maria.
«Hai pronto lo spumante?» dice Davide.
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«No, se non ti dispiace non bevo, non posso, è meglio così, guarda...» dice Maria.
«Va bene, vorrà dire che faremo un brindisi virtuale, quello che conta sono le intenzioni, la buona volontà, non trovi?» dice Davide.
«Grazie della compagnia, Davide, non sai quanto mi faccia piacere. E pensare che una volta odiavo il Capodanno...» dice Maria.
«E adesso non lo odi più? Come mai?» dice Davide.
«Tu sei giovane. Alla tua età è normale amare questa ricorrenza. Io mi ricordo solo due Capodanni, nella mia vita, pensa un po’. Gli altri sono passati senza che neppure me ne accorgessi... tutti presi a festeggiarli, riempirsi la testa di buone intenzioni, con la voglia, l’obbligo di divertirsi ad ogni costo, uscire di casa a cercare una festa, una festa qualsiasi, terrorizzati dalla solitudine. Poi passano e te li dimentichi, all’istante...» dice Maria.
«Dio mio, come sei negativa... almeno due te li ricordi, no? Non è poco, mi pare. Quali sono stati?» dice Davide.
«Il primo è stato tanti anni fa. Avevo 17 anni, pensa un po’. Se consideri che potrei essere tua madre, puoi fare due conti...» dice Maria.
«Ma finiscila... ho visto le tue foto di quando eri giovane, non sei cambiata molto...» dice Davide.
«Sei molto carino e ti ringrazio, ma lo sappiamo tutti e due che non è così... comunque... avevo 17 anni e avevamo organizzato la festa dalle parti di Villapizzone, hai presente?» dice Maria.
«No, perdonami, non conosco Milano, non ci sono mai stato» dice Davide.
«Eravamo nella cantina di una mia compagna di classe del liceo. Io mi ero preoccupata della musica, avevo passato le ultime due settimane a riversare i pezzi dai 33 giri alle cassette, tu neppure sai di cosa sto parlando, probabilmente...» dice Maria.
«Al corso di storia delle civiltà antiche non ci siamo ancora arrivati...» dice Davide.
«Fu una festa bellissima, la voce si diffuse per tutto il quartiere, venne un sacco di gente, alcuni neppure li conoscevamo... Dio come mi sono divertita, se ci penso mi viene un magone... fu lì che incontrai Ettore» dice Maria.
«Chi è Ettore? Devo essere geloso?» dice Davide.
«Ettore è l’uomo che ha rovinato la mia vita, Davide. È stato il mio primo vero fidanzato, poi l’ho sposato, per amore, almeno io credevo fosse amore... forse volevo solo scappare dalla mia famiglia, non lo so... avevo pure lasciato la scuola, vivevo solo per lui. E lui mi trattava come una cagna in calore, come una serva, rideva di me, mi picchiava... ecco chi era Ettore» dice Maria.
«Oddio, scusa, non immaginavo... se vuoi cambiamo argomento... quanto manca alla mezzanotte?» dice Davide.
«Pochi minuti... non preoccuparti, comunque, tu non c’entri nulla...» dice Maria.
«E... qual è l’altro Capodanno che ti ricordi, scusa?» dice Davide.
«Quello di tre anni fa. Quando tornando a casa con le borse della spesa in mano l’ho visto nel letto con quella donna. Quando ho preso in mano il coltello, quando gli ho aperto la pancia e poi la gola. Le urla le hanno sentite in tutto il condominio. Sono entrata in carcere senza neppure fare in tempo a lavare le lenzuola, chissà se qualcuno l’ha mai fatto, chissà chi c’è in casa adesso...» dice Maria.
«Cazzo... io non... non so cosa dire... io...» dice Davide.
«Mancano due minuti. Che ore sono da te? Com’è che non sei ancora uscito dal college?» dice Maria.
«Qui in America mancano sette ore alla mezzanotte, mi sto preparando... ma scusa... tu da dove stai scrivendo?» dice Davide.
«San Vittore. Casa circondariale di Milano.
Mancano 30 secondi... non farti fregare dalla vita, Davide. Grazie per la compagnia che mi stai dando, ho lanciato un messaggio nel vuoto e tu hai aperto la bottiglia... 10 secondi... 5... Mezzanotte» dice Maria.
«Auguri Maria. Almeno oggi non sei sola. Non più» dice Davide.
«Grazie Davide. E ora esci subito di casa, tu che puoi. Io ne ho ancora per un po’...» dice Maria.
Poi toglie la chiavetta dalla porta USB, disconnette il computer, lo nasconde sotto il cuscino. E piange, in silenzio, per non disturbare le altre.

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